Afghanistan giorno 8: un venerdì pomeriggio in giro per Herat
Data: Venerdì 25 aprile 2025
Itinerario: Chishti Sharif – Herat
La notte a Chishti Sharif passa velocemente, anche perché, ancora una volta, la sveglia suona prima dell’alba. Herat dista ancora molti chilometri e domani a mezzogiorno avremo un volo che ci riporterà a Kabul. Il nostro viaggio in Afghanistan sta per finire e dobbiamo approfittare di ogni minuto per conoscere questo meraviglioso Paese.
Sommario
ToggleTra ruote bucate e strade da asfaltare
Dopo pochi minuti dalla partenza, siamo costretti a fermarci: una delle due jeep ha bucato ed è necessario cambiare una ruota. Scendiamo infreddoliti e assonnati, incapaci di aiutare gli autisti e la guida che hanno trascorso la notte in auto perché non c’erano altre stanze disponibili nella struttura.
Riprendiamo la marcia verso ovest e, tra continue deviazioni per lavori di asfaltatura, oltre i finestrini iniziamo a vedere sempre più centri abitati. Herat si avvicina e anche le temperature iniziano a salire. Arriviamo in città poco dopo mezzogiorno, ma tutti i ristoranti sono chiusi perché è l’ora di una delle preghiere del venerdì.
Il gestore della guest house dove alloggeremo, si offre gentilmente di ordinare un pranzo take away. Abbiamo così il tempo di fare una doccia calda e lavare via il sudore e la polvere accumulati nelle ultime 48 ore.

Con Parisa tra le strade di Herat
Al tavolo da pranzo, improvvisato nel corridoio all’ingresso, ci attende Parisa, una ragazza di 19 anni che ci farà da guida nel pomeriggio. Insieme ad altre due ragazze, è una delle tre donne autorizzate a svolgere questa professione a Herat, una città che ci appare subito più aperta e tollerante nei confronti delle donne rispetto a Kabul.
La nostra visita inizia dalla cittadella che, secondo la tradizione, sorge nel luogo in cui Alessandro Magno fondò nel 330 a.C. l’insediamento di Alessandria d’Aria. Il complesso attuale fu costruito durante il regno di Shah Rukh nel 1415, dopo che Tamerlano aveva distrutto quel poco che era stato lasciato da Gengis Khan.
Nel corso dei secoli, l’edificio subì diversi danni da parte di vari conquistatori, ma fu sempre ricostruito finché, negli anni Settanta, il re Mohammed Zahir Shah inaugurò un processo di restauro che fu completato due mesi prima dell’invasione sovietica. La cittadella svolse la funzione di presidio militare e prigione fino al 2005, quando diventò un sito di interesse aperto ai visitatori stranieri.
Ci fermiamo ai piedi della Torre timuride, esposta a nord-ovest, che conserva l’ultima testimonianza di un’incisione cufica di una poesia che esaltava la grandezza della struttura.
L’incontro con le donne nel parco della cittadella
Scendiamo nel parco ai piedi della cittadella e Parisa ci accompagna al laboratorio Naiko Afghan Crafts, dove alcune ragazze realizzano prodotti artigianali, tra cui dei bellissimi segnalibri che non posso non acquistare.
Nel parco lì vicino, donne e bambini si riposano sull’erba e Parisa si propone di farci da interprete. Io e l’altra ragazza del gruppo, un po’ imbarazzate, poniamo delle domande banali perché ci sembra difficile poterci avvicinare al mondo in cui vivono queste donne. Una ragazza ci spiazza completamente dicendo che un giorno, anche lei vorrebbe viaggiare come stiamo facendo noi.
Il mausoleo di Gawhar Shad
Nel tardo pomeriggio ci dirigiamo verso il mausoleo di Gawhar Shad. Non abbiamo avuto il tempo di richiedere il lasciapassare all’ufficio del turismo, ma con qualche mancia e la mediazione della nostra guida, riusciamo comunque a entrare.
Il mausoleo, noto anche come Tomba di Baysunghur, fu costruito nel XV secolo da Gawhar Shad, moglie dell’imperatore timuride Shah Rukh, ricordata anche per aver promosso l’educazione femminile. La struttura ha una pianta cruciforme sormontata da tre cupole sovrapposte: una interna, decorata con foglia d’oro e lapislazzuli, una esterna, che riprende lo stile timuride, e una cupola strutturale posta tra le prime due.
Accanto al mausoleo, in quello che è conosciuto come complesso di Musalla si innalzano con i loro 55 metri i resti di 5 dei 20 minareti originali, sopravvissuti a guerre e terremoti.
La moschea del venerdì
L’ultima tappa della giornata è la moschea del venerdì di Herat. È giorno di preghiera e siamo le uniche donne autorizzate a entrare. Vorremmo rimanere per osservare il momento della preghiera, ma Parisa e Asad ci consigliano caldamente di uscire per evitare possibili tensioni.
Torniamo così in hotel. Per cena, da buoni italiani, decidiamo di sperimentare la pizza afghana, un’alternativa inaspettata al solito riso che abbiamo mangiato negli ultimi giorni.
Questo viaggio è stato organizzato da Oltre Travel.
Per maggiori informazioni consulta la pagina Instagram @oltre.travel
Autore
francescacocchi@hotmail.it
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